LA PREVENZIONE NEGLI EDIFICI DI CIVILE ABITAZIONE ESISTENTI (ante ’87)

Le città italiane sono costituite da molti edifici di civile abitazione con altezza antincendio superiore a 24 metri, rientranti nell’attività n. 77 del DPR n. 151/2011 e, quindi, soggetti al controllo VV.F.

La maggior parte di questi rappresenta il patrimonio edilizio costruito prima della seconda guerra mondiale e nel successivo periodo della ricostruzione e del boom economico, in cui si è proceduto alla costruzione di numerosi edifici multipiano di tipo economico-popolare. Un esempio su tutti è Milano che, con le sue città limitrofe, vanta un parco edilizio popolare molto esteso, con edifici che in alcuni casi raggiungono e superano i 15 piani fuori terra.

La normativa di prevenzione incendi applicabile agli edifici abitativi risulta il D.M. n. 246 del 1987: “ Norme di sicurezza antincendi per gli edifici di civile abitazione (G.U. n. 148 del 27 giugno 1987)”, in parte modificato dal D.M. 15/09/2005, relativamente agli ascensori in essi contenuti.

Come specificato al punto 1.1 del decreto, la regola tecnica è applicata agli edifici di civile abitazione con altezza antincendi maggiore di 12 metri, di nuova costruzione, o agli edifici esistenti in caso di ristrutturazione che comporti modifiche sostanziali e i cui progetti siano stati presentati agli organi competenti per le approvazioni dopo l’entrata in vigore del decreto (12 luglio 1987).

 

Per gli edifici esistenti (costruiti cioè prima dell’entrata in vigore del decreto e privi di modifiche sostanziali), il decreto rimanda al punto 8 (norme transitorie), dove sono contenute le misure di sicurezza minime da garantire e che riguardano:

·         le comunicazioni (applicabili ad edifici con altezza antincendio maggiore di 24 m);

·         l’illuminazione di sicurezza (applicabile ad edifici con altezza antincendio maggiore di 32 metri);

·         Gli impianti antincendio (applicabile ad edifici con altezza antincendio maggiore di 32 metri);

Tali “norme transitorie” vanno applicate anche per quegli edifici per i quali sia scaduto il termine  dei 5 anni per l’adeguamento, previsto dal punto 8 del decreto (v. Nota prot. n. P330/4122 del 20 febbraio 1997).

 

Per le comunicazioni, il suddetto decreto prevede che quelle tra scale, ascensori e cantine pertinenti le abitazioni, possano avvenire anche senza disimpegno, purché con porte almeno REI 30’.

 

Per l’illuminazione, è invece prescritto un impianto di sicurezza, a servizio delle vie di uscita (scale), per edifici con altezza antincendio maggiore di 32 m.

 

L’impianto idranti nel vano scala è obbligatorio solo per edifici con altezza antincendio maggiore di 32 m; in ogni caso, quelli esistenti devono comunque garantire le prestazioni idrauliche di cui al punto 7 del decreto; e quelli esistenti in edifici con altezza antincendio compresa tra 24 e 32 m (tipo “b”), devono comunque garantire le prestazioni indicate nel progetto approvato dai VVF ed essere mantenuti in efficienza.

 

Solo con il D.M. 08/03/1985 e il D.M. n. 246/87, furono pubblicate disposizioni ministeriali specifiche per gli edifici ad uso abitativo. Gli edifici realizzati prima dell’entrata in vigore di tali decreti, dovevano rispettare unicamente regole progettuali che erano demandate a disciplinari interni a ciascun Comando VV.F.

Il disciplinare in uso presso il Comando VV.F. di Milano prevedeva l’accesso alla “gabbia delle scale” con porte almeno REI 60’ munite di congegno di auto-chiusura. Tuttavia, l’esperienza professionale suggerisce che non è raro imbattersi, nel milanese, in edifici condominiali realizzati verso la fine degli ’60 e anni ’70, realizzati con un vano scala di tipo “aperto”, ossia con comunicazione diretta tra i vari alloggi e la scala. In “deroga” al suddetto disciplinare e muniti di regolare visto edilizio per la prevenzione incendi, rilasciato dal Comando.

 

Edifici di anche 8-9 piani fuori terra che, oltre al vano scala di tipo aperto, presentano spesso anche difficoltà di affaccio di un’eventuale autoscala dei VV.F.

 

In questi casi, il progettista di prevenzione incendi si accorge che verificando l’edificio rispetto alla regola tecnica vigente (punto 8 del D.M. n. 246/87, per edifici non soggetti a modifiche sostanziali), il vano scala di tipo “aperto” dell’edificio (che di per sé costituisce un “deficit” di sicurezza antincendio dell’edificio) è tuttavia conforme al decreto.

Ma allora, una conformazione apparentemente “deficitaria”, come quella di un vano scala aperto, è davvero sicura nel caso di un edificio abitativo esistente prima dell’87 ? La normativa vigente, come peraltro discusso con diversi funzionari VV.F, “risponde” in modo affermativo ed è quindi possibile “asseverare” l’attività e presentare una S.C.I.A.

 

Ma, di fatto, un progettista antincendio munito di un minimo di esperienza e di “coscienza” non può davvero pensare che un edificio siffatto sia sicuro in caso di incendio. E’ immediato ipotizzare che in caso di incendio di un appartamento (che molto probabilmente può raggiungere il flash over), il vano scala diventi inutilizzabile sia per l’evacuazione delle persone, che per il pronto intervento di una squadra di soccorso VV.F.

 

In questi casi è evidente, a giudizio dello scrivente, che si è in presenza di un palese vuoto normativo. E che vadano proposte al condominio misure aggiuntive, peraltro non sempre bene accette, in quanto costituiscono indubbiamente un aggravio di costi.

 

 

A proposito, di seguito si propone una preliminare valutazione del rischio incendio, effettuata con il Codice di prevenzione incendi (D.M. 03/08/2015), relativa ad un edificio con altezza antincendio compresa tra 24 e 32 m, individuato al punto 77.1.A del D.M. 07/08/2012 e con quota dell’unico compartimento multipiano pari a 26 m. L’edificio è costituito da 9 piani fuori terra abitati, di superficie ciascuno pari a 350 m2.

 

Premesso che il codice ad oggi non è applicabile agli edifici di civile abitazione soggetti al controllo VV.F. e che peraltro manca una specifica regola tecnica verticale (R.T.V.), sfogliandolo, ci si accorge tuttavia che esso ha dei riferimenti espliciti ad edifici abitativi, a partire dai prospetti G.3-3 e G.3-5, che ne definiscono il profilo di rischio. Il rischio Rvita può risultare sostanzialmente Ci2 o, al più, Ci3.

 

Di seguito una sintesi delle principali misure “conformi” individuate. Misure che non sono cogenti (come già detto, il codice non è applicabile ad edifici abitativi), ma che sono il risultato di una valutazione del rischio “opzionale”, che si è voluto comunque affrontare, in virtù del “vuoto normativo” sopra accennato. 

 

Strategia antincendio

R vita

Livello di prestazione

Misura “conforme”

 

S.1 – reazione al fuoco

Ci2

Vie di esodo: I

Nessuna misura da garantire

 

Ci3

 

Ci2

Altri locali dell’attività’: I

Nessuna misura da garantire

 

Ci3

 

S.2 – resistenza al fuoco

Ci2

 

III

·          Devono essere verificate le prestazioni di resistenza al fuoco delle costruzioni in base agli incendi convenzionali di progetto;

·          La classe minima di resistenza al fuoco è commisurata al carico di incendio qf,d che, quindi, va calcolato secondo la procedura di cui al punto S.2.9 del “Codice”.

 

 

Ci3

 

S.3 - compartimentazione

Ci2

 

 

 

 

 

II

·          Compartimentare l’edificio rispetto ad edifici esterni o interporre distanza una distanza di separazione adeguata, calcolata  come da paragrafo S.3.8 del “Codice”;

·          Suddividere l’edificio in compartimenti. Nel caso in oggetto va verificato che il compartimento multipiano abbia una superficie complessiva inferiore a 4.000 m2. Nel caso in oggetto, la superficie totale dei piani risulta 3.150 m2; pertanto è sufficiente che l’edificio contenga un unico compartimento antincendio;

·          Compartimentare a parte il piano interrato (generalmente cantine), rispettando eventuali regole tecniche specifiche (centrali termiche, autorimesse, etc.);

·          La classe di resistenza al fuoco di ogni compartimento è determinata come previsto nel capitolo S.2.

 

Ci3

·          Compartimentare l’edificio rispetto ad edifici esterni o interporre distanza una distanza di separazione adeguata, calcolata  come da paragrafo S.3.8 del “Codice”;

·          Suddividere l’edificio in compartimenti. Nel caso in oggetto va verificato che il compartimento multipiano abbia una superficie complessiva inferiore a 2.000 m2. Nel caso in oggetto, la superficie totale dei piani risulta 3.150 m2; pertanto è necessario che l’edificio sia suddiviso in due compartimenti antincendio, di superficie ciascuno non superiore a 2.000 m2;

·          Compartimentare a parte il piano interrato (generalmente cantine), rispettando eventuali regole tecniche specifiche (centrali termiche, autorimesse, etc.);

·          La classe di resistenza al fuoco di ogni compartimento è determinata come previsto nel capitolo S.2.

 

S.4 - esodo

Ci2

Esodo degli occupanti verso luogo sicuro – caso di scala protetta: I

Varie misure “conformi”; alcune tra le principali:

·          Presenza sistema di illuminazione di sicurezza;

·          Apposita segnaletica;

·          Verifica del deflusso, considerando una densità di affollamento di almeno 0,05 persone/m2;

·          Una via di uscita per ogni 100 occupanti. Nel caso in oggetto, l’affollamento calcolato risulta: 0,05 persone/m2 x 3.150 m2 = 157 persone > 100. Pertanto, un’unica scala per il deflusso non è sufficiente (ce ne vogliono almeno 2, indipendenti);

·          La massima lunghezza di esodo, attraverso una scala non protetta, non può superare il limite di 30 m (eventualmente incrementabile con misure aggiuntive). E’ intuitivo che l’edificio in oggetto, di 9 piani fuori terra, non possa garantire tale misura e, quindi, necessiti di un vano scala protetto.

 

Ci3

Stesse misure di cui all’ Rvita = Ci2, con la differenza che la massima lunghezza di esodo, attraverso una scala non protetta, non può superare il limite di 20 m (eventualmente incrementabile con misure aggiuntive). E’ intuitivo che l’edificio in oggetto, di 9 piani fuori terra, non possa garantire tale misura e, quindi, necessiti di un vano scala protetto.

 

 

Ci2

Protezione degli occupanti sul posto – caso di scala di tipo aperta: II

 

 

Non sono indicate soluzioni conformi, ma va fatto ricorso a soluzioni alternative con i metodi di cui al paragrafo G.2.6.

 

Ci3

 

S.5 – gestione della sicurezza antincendio

Ci2

I

attuazione misure di cui ala tabella S.5-4 del “codice”, tra cui elaborazione del piano di emergenza,

 

Ci3

 

S.6 – controllo dell’incendio

Ci2

II

·          Utilizzo di protezione di base mediante estintori portatili di classe A (numero calcolato come da punto S.6.6.1.1 del “Codice”).

 

Ci3

III

·          Oltre agli estintori di cui al livello II, deve essere prevista una rete idrica antincendio conforme alla norma UNI 10779, preferibilmente costituita da naspi (per l’edificio in oggetto, il D.M. 21/12/2012, considera sufficienti un’alimentazione idrica singola e un livello di pericolosità 1)

 

S.7 – rivelazione ed allarme

Ci2

II

Nell’edificio oggetto di studio è prevista l’installazione di un IRAI (almeno di controllo e segnalazione manuale d'allarme).

 

Ci3

 

S.8 – controllo di fumi e calore

Ci2

II

Per ogni piano e locale del compartimento deve essere prevista la possibilità di effettuare lo smaltimento di fumo e calore d’emergenza. Si ritiene che dette aperture di smaltimento debbano essere previste nel vano scala.

 

Ci3

 

S.9 – operatività antincendio

Ci2

II

·          Garantire distanza dei mezzi di soccorso dagli accessi non superiore a 50 m.

 

Ci3

III

·          Garantire misura di cui al livello II;

·          In assenza di protezione esterna della rete idranti, deve essere disponibile un idrante collegato alla rete pubblica, raggiungibile con un percorso massimo di 500 m dai confini dell’attività (portata ≥ 300 l/minuto),

 

S. 10 – sicurezza degli impianti tecnologici

Ci2

I

Gli impianti tecnologici e di servizio (elettrici, termici, etc.) devono essere progettati, installati, verificati, eserciti e mantenuti a regola d’arte, in conformità alla regolamentazione vigente, secondo le norme di buona tecnica applicabili (sia le utenze ”comuni” che quelle “private”),

 

Ci3

 

  

 

Il “Codice” prevede che le suddette misure possano, in taluni casi, essere sostituite anche da misure alternative, da valutare caso per caso. Inoltre, vanno anche rispettate le regole tecniche verticali (RTV) del “Codice” che, in assenza di una specifica per “gli edifici di civile abitazione”, ad oggi risultano:

 ·         Capitolo V.2 – Aree  a rischio per atmosfere esplosive;

 ·         Capitolo V.3 – Vani degli ascensori.

  

 Dal prospetto sopra riportato emergono le “problematiche” da affrontare in fase di valutazione del rischio in edifici di civile abitazione multipiano (nel caso in oggetto con altezza antincendio compresa tra 24 e 32 m), nonché le principali misure da porre in essere.

  

In sintesi:

 

·         garantire un’adeguata resistenza al fuoco delle strutture portanti e di compartimentazione. Considerando in prima battuta una carico di incendio medio qf,k degli alloggi pari a 780 MJ/mq e un frattile 80% pari a 948 MJ/mq (cfr. prospetto E.4 della norma UNI EN 1991-1-2) si determina una classe 90 minuti;

 

·         Nel caso di Rvita = ci3, i piani fuori terra abitati vanno suddivisi almeno in due compartimenti multipiano, separati quindi da un solaio REI 90’. Ciò significa, ad esempio, che gli attraversamenti impiantistici (tubi, cavi,   etc.) del solaio di separazione dei due compartimenti siano intercettati ed appositamente trattati, con prodotti idonei (collari t.e, sacchetti, sigillanti, etc.);

 

·         Il vano scala deve essere necessariamente almeno di tipo protetto;

 

·         Elaborazione di un piano di emergenza ed attuazione di misure gestionali;

 

·         Utilizzo di appositi estintori su tutti i piani e, per gli edifici con Rvita = ci3, installazione di un’apposita rete idranti;

 

·         Installazione di un impianto di rivelazione segnalazione allarme incendi (almeno di controllo e segnalazione manuale d'allarme nelle "parti comuni"). Detto impianto va, ovviamente, progettato molto attentamente, onde evitare falsi allarmi;

 

·         Installazione di un sistema di controllo dei fumi e del calore, specie nelle vie verticali comuni (scale);

 

·         Garantire accessibilità dei VVF e presenza di un idoneo idrante esterno per il rifornimento dei mezzi di soccorso VV.F.

 

·         Presenza di impianti tecnologici e di servizio in tutto l’edificio (parti comuni e non), realizzati a “regola d’arte”.

  

 

 

CONCLUSIONI

Gli edifici di civile abitazione multipiano “esistenti” (realizzati ante ’87 e mai oggetto di modifiche sostanziali ai fini antincendio) sono ad oggi regolati dal punto 8 del D.M. n. 246/1987. Si ritiene che le disposizioni ivi contenute siano da considerarsi  “minime” e sebbene consentano, almeno formalmente, la presentazione di una S.C.I.A. (art. 4 D.P.R. n. 151/2011), non garantiscono sempre un livello di sicurezza antincendio adeguato.

 Sta in primis al professionista antincendio suggerire al Condominio eventuali misure di sicurezza ulteriori, che possono eventualmente essere oggetto di sensibilizzazione durante le assemblee condominiali.

 Quali misure adottare ? Sebbene formalmente non applicabile, il “Codice di prevenzione incendi” di cui al D.M. 03/08/2015, può tuttavia dare uno spunto a consulenti ed amministratori del condominio per valutare il rischio incendio ed identificare eventuali ulteriori misure da mettere in atto.

 

 

 

Rischio di esplosione nelle autorimesse: considerazioni alla luce del D.M. 03/08/2015

 

Il D.M. 21/02/2017 ha integrato le “Norme tecniche di prevenzione incendi” di cui al D.M. 03/08/2015 (cosiddetto “Codice” di prevenzione incendi”) con la Regola Tecnica Verticale (RTV) relativa alle autorimesse (capitolo V.6).

Il Codice, che è applicabile in alternativa al D.M. 01/02/1986 (Regola tecnica di prevenzione incendi per autorimesse e simili), introduce diverse novità. Il presente articolo vuole approfondire quella relativa al rischio esplosione nelle autorimesse.

L’utilizzo del codice, ad oggi facoltativo, richiede una sua integrale applicazione. Uno dei punti da trattare è il capitolo V.2, che ne costituisce RTV, dal titolo “aree a rischio per atmosfere esplosive”. Nello specifico, inoltre, il punto V.6.6 relativo alle autorimesse permette di omettere la valutazione del rischio esplosione se sono rispettate tutte le seguenti condizioni:

a)   almeno il 30 % delle aperture previste deve essere di tipo SEa, ossia di tipo permanente (prive cioè di serramento);

b)   il raggio di influenza (roffset) tra due SEa consecutive non deve superare i 30 m, con un minimo di due aperture ubicate in posizioni ragionevolmente contrapposte;

c)    i box auto aerati tramite il corsello devono avere aperture di superficie non inferiore al 30 % della superficie della basculante e le aperture devono essere dislocate per metà nella parte alta e per l’altra metà nella parte bassa della basculante stessa.

Tali misure, sostanzialmente, hanno lo scopo di garantire un’adeguata ventilazione naturale nel corsello e nei box, tale da poter “ridurre” la formazione di atmosfere potenzialmente esplosive (ATEX) a seguito di emissioni di gas o liquidi infiammabili dagli autoveicoli.

Balza immediatamente all’occhio la difficoltà di garantire i suddetti valori di aerazione, specie nella autorimesse “esistenti”, concepite per essere conformi al D.M. 01/02/1986. Supponendo ad esempio un box auto di dimensioni in pianta pari a 2,50 m x 5,00 m, con basculante di dimensioni 2,20 x 2,40 m, il punto c) richiederebbe che sulla basculante sia ricavata una superficie netta di aerazione pari almeno a: 30% x (2,20 x 2,40) = 1,58 m2.

Tale valore è sicuramente rilevante se confrontato con quello ottenuto applicando il D.M. 01/02/1986, che richiede una superficie di aerazione pari esclusivamente all’1% della superficie del box, ossia: 1% x (2,50 x 5,00) = 0,125 m2.

In pratica, il rapporto tra l’aerazione minima richiesta dal “Codice” e quella richiesta dal DM 01/02/1986 è di circa 12 volte superiore.

L’eventuale impossibilità di garantire le condizioni richieste dal Codice di cui alle precedenti lettere a, b, c, non significa necessariamente che l’autorimessa non rispetti il Codice. Ma semplicemente che la valutazione del rischio esplosione non può essere omessa a priori.

Pertanto, specialmente per le autorimesse esistenti, dove è estremamente difficile garantire il rispetto delle suddette condizioni minime (a meno di importanti modifiche sulle basculanti), è necessario valutare il rischio esplosione.

Quali strumenti normativi adottare per valutare il rischio esplosione nelle autorimesse ? I principali sono i seguenti:

-       norma CEI EN 60079-10-1:2010 (CEI 31-87) – Atmosfere esplosive - parte 10-1: Classificazione dei luoghi. Atmosfere esplosive per la presenza di gas (Attualmente vi è uno stato di regime transitorio in cui fino al 14.10.2018 entrambe le versioni 2010 e 2016 sono applicabili).

-       guida CEI 31-35:2012, quarta edizione – Atmosfere esplosive per la presenza di gas – Classificazione dei luoghi: Guida all’applicazione della norma CEI EN 60079-10-1 (CEI 31-87): 2012-02

-       guida CEI 31-35;V1 (edizione 2014)

-       guida CEI 31-35/A:2012-11

-       norma UNI EN 1127-1 (per l’analisi dei pericoli, valutazione dei rischi e individuazione delle misure di prevenzione e protezione) 

 

Importante è la sopra menzionata Guida CEI 31-35/A, ad oggi in vigore, il cui esempio GF-1 riguarda appunto i luoghi di ricovero di autoveicoli, ovvero le autorimesse. Tale esempio permette di non considerare luoghi a rischio di esplosione le autorimesse in cui siano soddisfatte le seguenti condizioni:

·         Gli autoveicoli sono alimentati o a benzina (o gasolio, non suscettibile a generare ATEX in condizioni normali) o gas di petrolio liquefatto (GPL) o gas naturale compresso (GNC);

·         Il parcamento di autoveicoli alimentati a GPL è possibile esclusivamente nei piani fuori terra; per quelli dotati di sistema di sicurezza conforme al regolamento ECE ONU 67-01, il parcamento è consentito nei piani fuori terra ed al primo piano interrato delle autorimesse;

·         L’unica sostanza infiammabile presente è il carburante contenuto nei serbatoi degli autoveicoli (l’olio lubrificante, se non riscaldato sopra il suo punto di infiammabilità, generalmente non presenta pericolo d’esplosione);

·         Non devono avvenire operazioni di riempimento e svuotamento dei serbatoi del carburante;

·         In caso di perdite di carburante è necessario eliminare e neutralizzare eventuali pozze, utilizzando adeguato materiale assorbente;

·         Gli autoveicoli devono essere tenuti ordinariamente a motore spento e con la chiave disinserita o nella posizione di riposo;

·         Gli autoveicoli devono essere omologati, mantenuti in efficienza rispettando le istruzioni per l’uso e la manutenzione fornite dal costruttore e sottoponendoli con esito positivo alle revisioni di legge;

·         Le autorimesse devono essere adeguatamente ventilate per disperdere le eventuali emissioni strutturali di sostanze infiammabili emesse nell’ambiente dal sistema di contenimento del carburante a bordo degli autoveicoli; in particolare, le corsie di manovra devono avere superfici di ventilazione naturale (prive di serramenti) secondo le vigenti disposizioni di prevenzione incendi, distribuite su due lati opposti delle corsie di manovra.

·         I locali devono rispettare le norme di prevenzione incendi (D.M. 01/02/1986).

·         Devono essere appositi cartelli monitori, quali ad esempio: divieto d’uso di fiamme libere e fumo; divieto di deposito di sostanze infiammabili o combustibili; divieto di riparazioni o prove di motori; divieto di parcheggio di autoveicoli con perdite anormali di carburanti o lubrificanti, etc.

·         L’impianto elettrico deve essere opportunamente realizzato e protetto contro le sollecitazioni di origine meccanica da parte degli autoveicoli.

 

In pratica, in un’autorimessa autorizzata ai fini antincendio (conforme quindi al D.M. 01/02/1986), un indice di aerazione di 1/25, con una frazione di permanente di almeno lo 0,3% la superficie di pavimento dell’autorimessa (in assenza di ventilazione meccanica) e con almeno due aperture contrapposte nel corsello, unito ad adeguata cartellonistica, permette di rendere trascurabile il rischio esplosione.

Pertanto, si ritiene che qualora si volesse applicare il Codice anziché il D.M. 01/02/1986:

·         la verifica del rispetto integrale delle condizioni di ventilazioni prescritte dal D.M. 01/02/1986 e delle condizioni di cui all’esempio GF-1 della Guida CEI 31-35/A rappresentino a tutti gli effetti una valutazione del rischio esplosione;

·         detta valutazione rilevi un rischio trascurabile, ossia del tutto accettabile.

 

Nel caso in cui, invece, dette condizioni minime non fossero rispettate, la valutazione dovrà essere approfondita in maniera “quantitativa”, individuando cioè le sorgenti di emissione SE (v. CEI EN 60079-10-1 e Guida CEI 31-35), le relative estensioni delle ATEX e valutando la probabilità di inneschi efficaci ed i fattori di danno.

Di seguito si riportano i risultati di alcune simulazioni numeriche effettuate dal nostro Studio, in una comune autorimessa del tipo “a box”. Si è fatto utilizzo del software PROGEX4 edito dal CEI (Comitato Elettrotecnico Italiano).

Il box auto oggetto di “analisi” ha dimensioni b=2,50 m, a=5,00 m, h=2,50 m, ed è inserito all’interno di autorimessa conforme al D.M. 01/02/1986. L’autorimessa è munita di ventilazione naturale non inferiore a 1/25 la sua superficie in pianta e con aerazione permanente non inferiore allo 0,3%. Altresì, il box è aerato con aperture di aerazioni permanenti ricavate sulla basculante di accesso, metà sopra e metà sotto, di superficie complessiva pari a 0,200 m2, corrispondente a circa l’ 1,6 % della sua superficie (maggiore del valore minimo dell’ 1%).

Si definiscono quindi le seguenti condizioni ambientali e “strutturali”:

 

Ø  ubicazione in provincia di Milano

Ø  la velocità dell’aria nel corsello sia di almeno 0,10 m/s e quella interna al box di 0,03 m/s (valori ritenuti conservativi e plausibili); tali condizioni di ventilazione naturale si assumono presenti in maniera costante, configurando quindi una disponibilità BUONA

Ø  sia trascurato, cautelativamente, l’”effetto camino” (temperatura interna dell’aria nel box pari a quella esterna nel corsello)

Ø  siano applicate adeguate misure gestionali nell’autorimessa, tra cui:

o    assenza di interventi di riparazione;

o    parco autoveicoli relativamente “nuovo”, soggetti a controlli periodici conformemente alle istruzioni del fabbricante (tagliandi) e revisioni di legge.

Per tali autoveicoli, si ritiene che eventuali disfunzioni, prevedibili e/o rare, siano improbabili o eventualmente collegate a situazioni di “guasti catastrofici”, non ricompresi nel campo di applicazione della CEI EN 60079-10-1; per essi si considerano, quindi, unicamente le perdite “strutturali”, ossia emissioni che possono avvenire dai punti di discontinuità dei componenti del sistema di contenimento dei carburanti, quali flange sulle tubazioni, giunzioni tra parti di apparecchi e macchine, gli sfiati di valvole di sicurezza, etc.

Dette emissioni non sono facilmente ottenibili e andrebbero ricercate nelle banche dati dei costruttori. In ogni caso, la Guida CEI 31-35 riporta, tramite la tabella GB.3.3-1 alcuni valori di emissioni strutturali, tra i quali:

·         connessioni, accessori di tubazioni:

o    gas: 1,9 * 10-8 kg/s

o    benzina: 2,1 * 10-8 kg/s

·         valvole manuali e automatiche:

o    gas: 5,6 * 10-8 kg/s

o    benzina: 1,0 * 10-7 kg/s

Ai fini del calcolo del grado di ventilazione, viene considerata in prima battuta la presenza contemporanea di almeno 10 sorgenti di emissione strutturale per ogni autoveicolo. Esse costituiscono un’emissione di grado CONTINUO.

 

La seguente tabella mostra i risultati dei calcoli relativi alla “zonizzazione” delle ATEX:

carburante

Gruppo gas e classe T

Emissione totale

[kg/s]

Fattore efficacia ventilazione

LEL

[% vol]

Grado ventilazione

dz

[m]

Tipo di

zona

GPL

IIBT2

5,6 x 10-7

2

2

ALTO

0,046

0NE

GNC

IIAT1

5,6 x 10-7

2

3,93

ALTO

0,047

0NE

benzina

IIAT3

1 x 10-6

2

1,4

ALTO

0,017

0NE

 

In pratica, le “normali” perdite strutturali di carburante negli autoveicoli non pregiudicano il grado di ventilazione nel locale, che rimane ALTO. E le zone pericolose che si generano nell’intorno delle discontinuità strutturali degli impianti di stoccaggio e distribuzione del carburante, sono del tipo NE (Negligible Extension). In pratica, in tali condizioni, l’autorimessa non è classificata ai fini esplosivi, ovvero il rischio esplosione è trascurabile.

 

Tuttavia, un guasto sul circuito di distribuzione del carburante, può comportare la formazione di zone ATEX nei box, come meglio illustrato nella seguente tabella:

 

carburante

Gruppo gas e classe T

Emissione totale

[kg/s]

Fattore efficacia ventilazione

LEL

[% vol]

Grado ventilazione

dz

[m]

Tipo di

zona

GPL

IIBT2

P=15 bar con foro di 0,025 mm2

2

2

BASSO

-

1

(tutto il box)

GNC

IIAT1

P=100 bar con foro di 0,025 mm2

2

3,93

BASSO

-

1

(tutto il box)

benzina

IIAT3

Pozza di 1 litro

2

1,4

MEDIO

0,89

(b=0,30)

2

Perdite di carburante differenti da quelle “strutturali”, che comportano quindi maggiori emissioni, conducono quindi a individuare zone ATEX nei box che, a causa dell’elevato tempo di persistenza delle stesse, sono addirittura di tipo 1 nel caso di GPL e GNC.

 

 

CONCLUSIONI

Un’autorimessa che presenti il sistema di ventilazione conforme al D.M. 01/02/1986 e rispetti le condizioni di cui alla Guida CEI 31-35/A ha in genere un rischio esplosione sostanzialmente trascurabile, purché siano garantite (anche mediante apposita informativa e cartellonistica) elementari comportamenti di gestione e mantenimento degli autoveicoli, precedentemente descritti (divieto di attività di riparazioni, divieto di ricovero di veicoli difettosi, raccolta immediata con appositi prodotti di eventuali perdite di carburante, obbligo di detenzione di autoveicoli omologati e sottoposti a controlli e revisioni periodici, etc.).

Ciò è vero per un parco di autoveicoli sostanzialmente “moderno”, dotati cioè di tutti i congegni di sicurezza presenti nel mercato automobilistico (specie per quelli a gas) e sottoposti a periodici tagliandi e revisioni di legge. In caso contrario, eventuali guasti del sistema di contenimento / distribuzione del carburante, potrebbero causare classificazioni anche “severe”.

Da qui la necessità, dunque, che i fattori gestionali suscettibili di generare eventuali emissioni ATEX siano tenuti sotto controllo, eventualmente ricorrendo ad un piano di gestione della sicurezza, laddove possibile. Ciò significherebbe, almeno per le autorimesse private, monitorare i singoli autoveicoli, loro tipologia, data di immatricolazione, date di tagliandi, revisioni, etc. Insomma, un lavoro non da poco !

A conclusione dell’argomento, di seguito si riassume quella che si ritiene la struttura logica di valutazione del rischio esplosione in un’autorimessa, da adottare ad esempio in fase di presentazione della S.C.I.A. antincendio di un’autorimessa (art. 4 del D.P.R. n. 151/2011):


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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